Il Cinema, medium a servizio dell’Arte, traccia sentieri a favore della cultura dialettica e della geografia umana, per un’enunciazione à la page. Il Cinema può essere considerato mezzo e “nouvelle vague” per comprendere le caleidoscopiche culture della società e come strumento per mostrare, altresì, lo strato visibile delle relazioni umane quale testimonianza del tempo. Come in un binario ferroviario, camminano in parallelo: la rappresentazione artistica e l’interpretazione sociologica, calate in precipue realtà storiche, al fine di unificare due livelli e offrire, così, alla ribalta cinematografica una prospettiva documentata delle affinità, per l’appunto, sociologiche e storiche. Le odierne concezioni sulle arti visive riscoprono le strade di una narrativa attenta alla raffigurazione di stereotipi di specifici tableaux vivants, collocati in ogni epoca sino a quella contemporanea.
In particolare, il Cinema, al fine di avviare una raccolta filmica sociologica, ha rivolto la sua telecamera con attenzione al Novecento, corroborando l’evoluzione dei costumi, evidenziata anche dagli studi a sfondo sociologico della “Scuola di Chicago” e dal suo fondatore Robert Park. Si registra, infatti, in questo periodo l’incremento di popolazione sul suolo americano, derivante dal fenomeno migratorio dell’asse Europa-America. L’incremento di abitanti, in questa parte dell’emisfero, determina l’innesto di nuovi quartieri ed il successivo insediamento, non solo a Chicago, bensì anche in altre nascenti realtà metropolitane.
Nel taccuino sociologico prima e cinematografico dopo, si rilevano e sceneggiano i temi legati al processo migratorio, alla voglia di ascesi sociale e a quelli della liminalità (concetto introdotto da Arnold Van Gennep – “I riti di passaggio” 1909) e marginalizzazione. Si ritraggono nei carteggi e sulle pellicole i luoghi della disuguaglianza, dove sono vivide le diversità delle condizioni sociali e di conseguenza i contesti benestanti e disagevoli. La sociologia, per l’occasione, delinea uno specifico filone, ovvero quello designato della sociologia urbana!

The Circus, film muto diretto, interpretato e prodotto da Charlie Chaplin 1928
La definizione di questa vena sociologica consente agli studiosi, che man mano si approssimano a cogliere aspetti determinati dall’evoluzione del tempo e delle mode, di intendere l’ambito e lo spazio sociale, così da ascriverne le problematiche e le dinamiche di vita. Altri grandi pensatori hanno riflettuto e contribuito alla causa urbana e alla definizione di “Città”, tra questi si ricorda George Simmel e Max Weber. Per inciso, si riporta il titolo dell’opera di Robert Park: “Città”, quale sintesi degli studi sociologici effettuati dalla “Scuola di Chicago” nel 1925, di cui si propone un estratto: “La città è qualcosa di più di una congerie di singoli uomini e di servizi sociali […] è piuttosto uno stato d’animo, un corpo di costumi e di tradizioni, di atteggiamenti e di sentimenti organizzati entro questi costumi e trasmessi mediante questa tradizione. In altre parole, la città non è semplicemente un meccanismo fisico e una costruzione artificiale: essa è coinvolta nei processi vitali della gente che la compone; essa è un prodotto della natura, e in particolare della natura umana”.
A livello cinematografico, si enfatizza la vita urbana ed i cosiddetti “tipi professionali”, quale prodotto della vita moderna della città, divenuta intanto luogo di interscambio di beni e di idee. Volendo usare la categorizzazione adoperata da Park, i “tipi professionali” rappresentano l’individuazione delle classi sociali e la nascente divisione del lavoro. Tra le tipologie classificate si citano, a mo’ di esempio: commessi, lavoratori impiegati anche nelle industrie, garzoni di negozio, poliziotti, insegnati, e così via.
Ritorna ancora alla mente la figura del flâneur, l’uomo liminale o marginale o vagabondo, etichettato come peculiare personaggio emblematico delle città. Tale stigmatizzazione, nella definizione di vagabondo o di uomo errante per le vie la città, è già in voga alla fine del XIX secolo e verrà ampiamente usata come etichetta su alcune tipologie di individui nelle città in via di modernizzazione, nel primo Ventennio del XX secolo. Il flâneur diviene oggetto – soggetto di una analisi sociologica urbana, descritta secondo l’uso di tecniche tradizionali, seguendo canoni e classi studiorum di uomini dotati di sensibilità e prodighi a scrivere di poesia, narrativa, sceneggiatura e alla rappresentazione artistica, con il fine offrire un’interpretazione del vissuto complesso e complessivo della città.
Il Cinema, dal canto suo, declina le policromie urbane, modellando anche la figura del flâneur. Un esempio da restituire alla cronaca, in veste di pensatore itinerante della vita urbana, è rinvenibile nel mitico “Charlot”. Anche l’abbigliamento è elemento distintivo del flâneur, rappresentato solitamente come intellettuale, con abiti dimessi ed ombrello. Così, Charlot è assimilabile al pensatore vagabondo per eccellenza, decantato dal cinema americano prima e mondiale dopo, ed è emblema della città modernizzata che produce, tra le altre cose, uomini liminali e marginalizzati. Uno dei film d’epoca che declina le movenze urbane e riporta alla mente il flâneur è “Il Monello” del 1921, dove Charlie Chaplin interpreta “Charlot”.
Con riferimento alla flânerie, si riporta la definizione di un noto sociologo contemporaneo, monsieur Giampaolo Nuvolati: “il concetto di flânare – da intendersi come camminare in città senza una meta precisa, mossi solo dal desiderio di esperire la vita nei suoi caratteri più autentici – richiamava anche l’idea di incontrare e sperimentare pratiche di vita alternative, solitudini dolorose, forme di esclusione sociale, cioè stati d’animo e circostanze in cui il flâneur si metteva alla prova – per libera scelta o forzatamente –, entrando e uscendo dalle ‘paludi’ urbane fino a sperimentare quello che chiameremo più avanti una sorta di ‘suicidio a metà’“ (L’interpretazione dei luoghi – Flânerie come esperienza di vita – Firenze University Press 2013). Nell’era contemporanea, quella intorno a noi, è d’uopo interrogarsi sulla figura del riveduto flâneur e del suo ruolo o engagement nella società e della relativa interpretazione che si gioca nella rappresentazione filmica.

“Il Monello” del 1921, dove Charlie Chaplin interpreta “Charlot”
In conclusione, forse ogni realtà metropolitana è adiacente ad una visione naturale, come peraltro presume Park nella sua definizione di sociologia urbana. Essa è assimilabile ad una sorta di “congenita naturalità”, tesi sperimentata in altri tempi da Aristotele, per affermare la manifestazione di dinamiche naturali osservabili nelle città, dove l’antropizzazione e la presenza di oggetti artificiali rappresenta la norma.
Così, la somma degli effetti urbani diviene conseguenza e strumento sottoponibile alla descrizione avvincente di una narrazione anche cinematografica, girata alla luce del sole o soggetta ad altra condizione atmosferica, mostrando la tangibile “quotidianità urbana” di un giorno qualunque.
Luisa Trovato