Esplorare il linguaggio come capacità umana di interazione significa destare interesse per la lingua nei suoi aspetti molteplici, decodificati nel suo funzionamento, nelle sue articolazioni ed ancora nel suo divenire e nella varietà d’uso. Il linguaggio umano rappresenta un sistema altamente specializzato, dotato di un inventario di segni, manifestazioni con cui è possibile delineare un sistema di scrittura.
La medesima evoluzione del linguaggio, sempre più specializzata nel tempo, ha permesso l’individuazione e la caratterizzazione dei popoli, stante una precipua identificazione, edificata su base socioculturale, accompagnata da una corrispondenza temporale e geografica.
La specializzazione del linguaggio si è commutata poi in tentativi di normare, codificare la conoscenza per istituzionalizzarla e tramandarla mediante il sistema della scrittura. Metodo divenuto sempre più progredito e nobile. La medesima storia viene affidata alla scrittura per resistere alle intemperie del tempo umano. La storia insieme alle arti sapienziali, oltre ad essere segmentata a seconda del sapere da ritenere e trasmettere alle generazioni posteriori, si è affinata assurgendo a metodica quotidiana nella vita dell’uomo. La conoscenza adesso diviene eterna, sfiorando i secoli come la mano sfiora il grano divenuto dorato nel suo campo di coltura.
La conservazione dello scibile, della cultura si consegue tramite prudente archiviazione. Lo scibile viene custodito in appositi ambienti, dedicati alla salvaguardia, adoperato come bene pregiato.
Inoltre, l’habitus sapietiae viene divulgato a quanti nelle varie epoche si siano dimostrati in possesso delle qualità necessarie, in vigore, indicate dai dettami e dall’appartenenza in un preciso contesto storico-sociale, e fossero stati altresì volenterosi di apprenderlo, di condividerlo e lasciarlo in eredità.
In questo viaggio destinato al linguaggio, si potrebbe produrre un focus su un’epoca in particolare, incastonata, ad esempio, nel periodo medievale e scendere così alla fermata della moda ed età feudale.
Molte sono le produzioni letterarie, le bibliografie e i testi a cui attingere, per apprendere le maniere d’interpretare le realtà ricorrenti, e comprenderne coerentemente il linguaggio, proteso all’ammodernamento, in particolare, quando si menzionano nei materiali documentali gli uomini, i loro mestieri e si testimoniano le vicende vissute.
Volendo introdursi nel periodo storico menzionato, per convenienza appellato Medioevale, si riferisce che detto arco temporale è compreso fra il secolo VIII e XII.
La creazione di questa esegesi storica è delineata da Carlo Magno, e diffondendosi in Europa, è soggetta a varianti, a seconda dei territori e delle genti continentali e peninsulari europei. Il cosiddetto “tempo feudale” acquisisce, inoltre, altre connotazioni di ordine teorico/speculativo; infatti è possibile parlare di questa età indicandone due fasi, una detta “Alto Medioevo” (o periodo dei “secoli bui”, lasso di tempo che va dal V al X secolo, caratterizzato da condizioni economiche disagiate e da continue invasioni da parte di Slavi, Arabi, Normanni e Magiari); e l’altra menzionata “Basso Medioevo” (o “tardo Medioevo”, periodo intermedio, che vede lo sviluppo di forme di governo basate su signorie e vassallaggio, con la costruzione di castelli e la rinascita della vita nelle città; poi un crescente potere reale e la rinascita di interessi commerciali, specie dopo la peste del XIV secolo).
Ricorrendo ad altra interpretazione sul “tempo feudale”, entrando nel merito di studi storico-medievali, si ipotizzano addirittura quattro periodi:
Il fenomeno storico identificato con il termine feudalesimo, regime e/o sistema feudale, ha la sua radice nel vocabolo feudum, espressione antica con significato di “bene” e in particolare “tutto ciò che si può dare in cambio di qualcosa”. Il sistema feudale prevedeva che il sovrano, più forte e nobile concedeva ai suoi compagni d’arme, quale segno di riconoscenza, una parte delle terre conquistate, e in contro partita il sovrano chiedeva fedeltà ed aiuto.
Gli elementi essenziali nel rapporto feudale sono tre: vassallaggio, beneficio e immunità. Il servizio del vassallo (diventare uomo di un altro uomo, caratteristica del rapporto feudale) era considerata la ragion d’essere immediata, causa giuridica del beneficio.
Il vassallaggio, dunque, si pone come vincolo personale di dipendenza, dove un uomo libero, vassus, homo fidelis prometteva fedeltà al senior, dominus. L’accordo fra le parti prevedeva l’assunzione di obblighi militari per ottenere in cambio un beneficio (terra, ufficio, godimento di un diritto o di un privilegio), ne discende un rapporto che è il compendio di un aspetto economico-militare-politico.
Il quadro descritto si completa poi con l’immunità che comporta l’assunzione di poteri ed obblighi nei confronti di terzi.
Lo stato feudale, in seno ad un ordinamento pubblico, si caratterizza anche nella concezione gerarchica di infeudazione e giurisdizione, determinando il frazionamento del potere centrale (nel diritto feudale, si riscontrano iniziali elementi dei sistemi statali moderni, con decentramento e ripartizione dei poteri). L’istituto del feudo getta, da qui in poi, le basi per un nuovo sviluppo storico-sociale e può considerarsi il più grande istituto consuetudinario elaborato nel Medio Evo.
Inoltre, nel Medio Evo, non si parla di classi ma di ordini di persone: nobili, religiosi, lavoratori e borghesi.
L’aristocrazia della spada era costituita da militi, baroni e conti (classe primaria), non esistevano altri titoli come marchese, duca, principe, introdotti successivamente.
L’affermarsi del feudalesimo determinò il configurarsi di una regolamentazione sulla successione; nel diritto francese, ad esempio, si privilegiava, nella successione dei feudi, il primogenito, vietando la divisione o l’alienazione del patrimonio terriero.
La contestualizzazione storica è indispensabile per comprendere i luoghi immaginari del passato, luoghi in cui si snoda il camminamento mentale di chi peregrina fra la lettura. In tale rievocazione è possibile percorrere il binario dell’evoluzione e della mobilitazione sociale unitamente alla consapevolezza filologica dei vocaboli, che determinano l’esistenza di un modus vivendi, introdotta e vissuta nel contesto/milieu di routine quotidiana, e nell’adoperandosi verso mansioni a cui erano adusi gli uomini medievali.
Accennando alla consapevolezza filologica, per conoscere più specificamente la significazione, si spiega qui la parola filologia. Essa è composta dai due vocaboli greci philos e logos: il primo significa ‘amico’; il secondo ‘parola’, ‘discorso’: nel complesso essa significa amore per la parola, cura del discorso. La filologia mira all’interpretazione e comprensione del fatto letterario e linguistico, all’approfondimento, attraverso i testi e i documenti, della conoscenza di una civiltà e di una cultura di cui essi sono testimoni.
Il termine era già in uso, anche se non frequente, nell’Antichità romana, dove ‘philologia’ indica l’amore per gli studi letterari e linguistici e per l’erudizione. A volte si usa anche per far riferimento a scriptorum intepretatio come studio, esegesi.
Con ‘philologus’ si indica chi è fornito di cognizioni d’Antichità, storiche, linguistiche e letterarie e interpreta scriptorum opera.
Lungo la “Regia Trazzera” del tempo, un testo originale può essere sottoposto a copiatura, primariamente meditando sull’eco dei secoli che va dall’Antichità classica sino all’invenzione della stampa. Qualora necesse est la copia di un’opera, si procedeva alla trascrizione fatta a mano, appunto manoscritta.
L’insieme dei principi, dei metodi e delle tecniche di cui si avvale la filologia per cercare di ricostituire un testo, nella sua forma originale, si definisce critica del testo o “ecdotica”, dalla parola greca écdosis, che significa pubblicazione, edizioni o dal verbo ecdìdomi, corrispondente al significato: io pubblico.
Altro dato importante da menzionare riguarda le modalità in uso della cosiddetta scrittura canonizzata, insomma la maniera di scrivere, di interpretare con preciso segno un carattere catalogato nella moda scrittoria. Si giunge alla canonizzazione di un tratto specifico nel proscenio della disciplina scrittoria, a seguito di soddisfacente equilibrio e forme, e precise regole e canoni obbligatoriamente seguiti.
Le scritture canonizzate hanno vita discretamente lunga, sia pur entro una progressiva evoluzione delle loro forme, che rendono sempre più antiquata la canonizzazione in atto, e conducono, nel tempo, al suo abbandono e all’accoglimento di una nuova canonizzazione.
Nell’XI e XII secolo, il tratto scrittorio in uso era la “Carolina”, fondamentalmente rotondeggiante, pian piano il tratto si irrigidì in uno più spigoloso. Questa scrittura, definita ‘gotica’ e destinata alla redazione dei manoscritti (littera textualis) rimase in vigore, con differenze nazionali e progressive evoluzioni interne, sino alla fine del Quattrocento (soprattutto in Italia settentrionale).
In questo periodo, accanto alla littera textualis si afferma anche, nella scrittura dei testi, la minuscola cancelleresca, utilizzata sia nelle scritture notarili, sia nella copia di codici letterari.
La scoperta della maniera di vivere del tempo medioevale è possibile esperirla grazie ai documenti che contemplano la cultura materiale dell’epoca, una volta constatata la cultura ideologica dominante, decretata e codificata, a sua volta, dalla cultura scritta.
Nel tempo di cui si parla, la lingua per eccellenza in uso è il latino, lingua universale nonché lingua dei documenti e dei litterati; ovviamente si vanno affermando anche le lingue volgari, dette lingue romanze, ma queste prassi di interazione e dialogo riguardano principalmente l’Ordo inferiore o della cosiddetta vitae usus o vita pratica della società.
Manoscritti dell’XI e XII secolo offrono enunciazioni sul principio della “trifunzionalità sociale”, ovvero la partizione in cui veniva identificata la varietà umana, a seconda delle funzioni espletate all’interno del quadro sociale.
Secondo uno scritto dell’XI secolo, ad opera di due prelati francesi Gerardo e Adalberone, nel narrare la vita del Santo Dagoberto, re martire merovingio, le cui reliquie riposano nella tomba venerata a Stenay, non lontano dalla via che conduce a Reims, a Laon a Cambrai; si incontra un’enunciazione che riferisce sull’organizzazione sociale legata all’ordine: “l’ordine sacerdotale (sacerdotalis ordo) cantava nei momenti prescritti gli inni a Dio, dedicandosi sempre più al servizio del suo re; parimenti agricolorum ordo (ordine degli agricoltori) coltivava le sue terre … parimenti, ancora, i giovani nobili, secondo costume, si prendevano svago … Istituito principe sul suo popolo dal re di tutte le cose, Dagoberto deve essere venerato con fervore dall’insieme della potestà secolare (secolaris postestas) … Che la dignità sacerdotale (sacerdotalis dignitatis) lo onori in tutto, poiché nel cielo è unito a tale dignità … Che egli sia scortato dagli agricoltori la cui opera è onorevole … non è forse proprio il Santo che aiuta nella fatica gioiosa (labor)?”.
L’indagine del testo presenta riferimenti alla complessità del sistema gerarchico della società medioevale, in particolare può orientarsi l’attenzione sui termini che fanno appello al popolo; quel popolo che per vivere deve sporcarsi di terra e coprirsi di sudore, che risiede nei luoghi fatti di sofferenze e di stenti, ma in quel luogo e tempo in cui pascono gli altri “Ordini”, ovvero quello nobiliare, dei chierici e dei monaci e quello dei cavalieri.
Riguardo il labor, inteso come fatica gioiosa, si suole affermare che il lavoro della terra lungi dall’avvilire, è fonte di onore. Detta affermazione all’interno dell’area culturale in cui viene espressa, lusinga il contadiname, che addirittura viene elevato ad ordine. Il messaggio che si intende far passare riguarda il concetto di armonia sociale fondata sullo scambio di servizi delle tre funzioni.
Nel voler dispensare valore alle varie appartenenze di classe, stante la funzione di categoria, si riteneva che il valore proprio del popolo avesse “fonte di salvezza” allo stesso titolo della virtù militare (orator et bellator o miles – cavaliere), della purezza (chierici e monaci), nella fatica fisica, nelle sofferenze imposte dal lavoro o Dolor–labor. La funzione dei puri era di pregare, quella dei valorosi di rischiare la vita per la difesa di tutti, così la funzione di categoria coniugata con il lavoro manuale fu di guadagnare il pane destinato ad altri con sudore della propria fronte, offrendo tale fatica in cambio della salvezza dell’anima e della sicurezza fisica.
Sulla base delle valutazioni avanzate sull’ordine dei contadini, da parte dei redattori di documenti, iniziando ad assottigliarsi il confine fra schiavitù e libertà a favore di quest’ultimo termine, si espone che detta categoria non poteva definirsi più pauper, poiché la parola richiamava alla passività, così gli estensori dei carteggi individuarono il termine: agricola, poiché l’agricoltura costituiva l’origine dell’intera crescita sociale, o poteva utilizzarsi parimenti villanus; definizioni usate dal dominus o signore per indicare coloro che sfruttavano le forze. A seguire, per definire l’ordo, si individuò un’altra espressione: rusticus, mentre più raro è l’uso, da parte dei redattori di documenti, del termine laborator, riferibile ad un contadiname meglio equipaggiato.
I lavoratori, agricola, sono condannati a coprirsi di sudore col lavoro, come Adamo dopo la colpa, ed espiano il “peccato” trovandosi relegati alla condizione servile, dunque laborare insudare (Apologeticus – Abbone di Fleury, fine del X sec.), un verbo che fa riferimento al sudore di Adamo, ossia al peccato originale, fondamento di ineguaglianza dell’ordine sociale che poggia la sua natura sullo spirito di penitenza.
Secondo la Regola di San Benedetto (elaborata a metà del VI secolo – Abbazia di Motecassino), poi, lavorare significa rinunciare volontariamente alla libertà, alla nobiltà, abbassarsi sino alla terra, sino ad umiliarsi. In questa manifestazione di valori, l’umiliazione risultava redentrice, quindi il lavoro e la fatica del corpo riscattava le colpe. Così agricolorum ordo tra tutti gli uomini aveva la chiave di volta del destino a cui era stato relegato e la concreta possibilità di salvezza.
Nel sistema ideologico concepito dai vescovi della Francia, la trifunzionalità combinata con il principio dell’ineguaglianza necessaria, divenne strumento utile per giustificare lo sfruttamento signorile, in nome della “carità” e della “reciprocità dei servizi”.
Contemplus mundi è invece l’innovativo atteggiamento mentale, il nuovo sentimento con cui approcciarsi alle cose del mondo, nel senso di una maggior positività, inclinazione che scaturisce come nuova “linfa” alle falde del feudalesimo nel XII secolo.
I cambiamenti si riflettono sui moti di crescita e sull’organizzazione sociale. Alla visione del disgusto delle cose terrene, destinate a decadere, si afferma l’idea di poter fronteggiare e padroneggiare la natura, per costruire, destinare terreni a nuove colture, modificando persino i corsi d’acqua ed altro ancora.
Inizia a farsi strada l’idea che il giardino dell’Eden, può fruttificare anche sulla terra.
Così si riconquista l’amore per la Natura e le Cose. Si aprono gli occhi su una nuova visuale: l’uomo è l’operaio di Dio, la procreazione e il lavoro sono meno degradanti. Si eleva così, nell’ambito della gerarchia degli ordini fissati, la funzione sociale dei lavoratori.
Altro mutamento che palpa il tessuto sociale è lo sviluppo sociale, presupposto novello verificabile con l’intensificarsi delle attività commerciali e di conseguenza della moneta. Lo sviluppo presunto trova come luogo di elezione l’alveo cittadino. Adesso gli uomini etichettati come villanus e/o rusticus, non solo si affermano come laborator, bensì sulla base della differenziazione dei compiti assumono l’epiteto “ministeriali”, ovvero ausiliari specializzati incaricati di svolgere specifici “mestieri o ministeria”, solitamente al servizio di case aristocratiche.
La specializzazione dei ministeria acquisita dalla categoria dei lavoratori, diversa dai manenti dediti all’agricoltura, diventa sempre più necessaria per l’affermarsi dello strumento monetario.
L’emancipazione della terza funzione si realizzava nel lavoro, che consentiva di conservare per sé parte dei tributi o del valore del prodotto che fornivano, un surplus equivalente ad un “beneficio” del domus. Anche l’istituto del beneficio, dunque, cambia la sua connotazione, e in questo caso non trattasi di bene donato, come avveniva per gli uomini d’arme al servizio del domus, ma di dono guadagnato da parte dal nuovo laborator.
Il vocabolario per etichettare gli uomini dei ministeria si diversifica, si va dal termine “mercante” a quella di “venditore di vino”. Ed ancora, i redattori di documenti, nella Recueil des chartes de Cluny (1097), accanto ai due gruppi di cavalieri e contadini, enunciano il termine “borghese”, che finalmente individuerà la neonata veste del villanus, rinviando al luogo di residenza: il “borgo”, spazio abitativo a ridosso delle mura del castello del signore con economia a prevalenza agricola e/o commerciale.
La penetrazione della moneta, l’apertura dei traffici mercantili e la mobilità scuotono la compagine sociale e l’ideologia che aveva accompagnato l’intero XI secolo.
Si apre un nuovo scenario ma con tutta la prudenza necessaria, il monachesimo è ancora vigente ed osservante in questi tempi cangianti.
Luisa Trovato