Seguendo il filo sapienziale custodito nei testi documentali, si svelano aspetti che prefigurano novelle pitture dell’epoca eletta del Feudalesimo.
Una delle questioni prime da porsi è “cos’era la vita privata ai tempi del Feudalesimo”, e partire invero dal valore semantico del termine “privato”. Lemma che appare nel dizionario della lingua francese nel XII secolo. Momento in cui si schiudeva appieno il senso del concetto di “vita privata”.
Il primo significato s’incarna nel verbo: priver nel senso di apprivoisier ovvero addomesticare, seguendo l’esempio fatto da Littré «un oiseur privé[1]» c’est à dire staccato dall’ambito selvaggio e trasferito in uno spazio familiare domestico. Qui privé viene associato, dunque, all’idea di casa, ad interno. Così, secondo l’autore citato Littré, l’espressione “vita privata” rappresenta quella chiusa nelle mura domestiche, ove non è permesso indagare cosa avviene; ancora nel tratto distintivo di particulier (privato), significato primigenio.
Proseguendo nell’illustrazione, si evidenzia che il termine privato si oppone nettamente a quello di pubblico. Quest’ultimo vocabolo secondo il medesimo Littré segue la definizione “ciò che appartiene a tutto il popolo, ciò che concerne tutto il popolo”. Intendendo, con esso, l’autorità e le istituzioni che sono alla base dell’idea del ‘Governare’; inoltre è pubblico ciò che è comune e ad uso di tutti.
Abbracciando ancora la terminologia latina publicus, o potere del popolo, è possibile contemplare la dicitura: res publica, ovvero dominio della collettività ed extra commercium, dunque, si palesa l’ulteriore significazione di non assoggettamento a scambio sul mercato; mentre la res privata rientra nella sfera di un potere diverso, quello del pater familias, che si esercita nella domus o casa.
Il termine privé, o privance, o priveté è in uso nel linguaggio delle ‘Corti’ e degli esseri e delle cose integrate ad ambiente chiuso: domus, afferente, dunque, alla cerchia familiare, ove il padrone di casa propaga il suo potere. “Privato” si estende poi all’identificazione di intimo, segreto; infatti, a mo’ d’esempio: dans la Quête du Saint Graal – Roman de Brut, oeuvre d’un moine anglo-normand, Robert Wace (1110 – 1170), si parla dei «grandi segreti e privetés divini».
Inoltre secondo il citato autore, seguendo il ciclo arturiano, è possibile leggere: «tra i suoi uomini portò con sé dodici “privati”» (si evidenzia qui l’attinenza al numero iniziale dei cavalieri della Tavola rotonda di Re Artù …); epiteto (“privati”), riferito ai cavalieri o agli uomini di fiducia. Il termine, qui, serve da supporto alla classificazione di un legame inalterabile, anche, qualora “gli uomini vengono portati au dehors della domus”.
In epoca feudale, si informa che, tramite il vocabolo privatus, si contemplava anche l’esistenza di atti e res che sfuggivano alla realtà collettiva. Essi si situavano in un dominio circoscritto, accrescendo così un clima di protezione ed anti intrusione.
La vita privata può, a pieno titolo, fregiarsi dell’espressione “vita di famiglia” non solo individuale, bensì dedicata anche ad una specifica collettività, (oggi si userebbe il termine di ‘famiglia allargata’) vita fondata sulla reciproca fiducia o commendatio.
In generale, si può affermare che la ‘feudalizzazione manifesta’ connoti ‘una palese privatizzazione del potere’, ascritto, con precipuo indirizzo, per una specifica cerchia o collettività, riconosciuta altresì all’interno di un peculiare inventario feudale.
Privatus intende poi lo spazio chiuso, quello soggetto all’appropriazione, identificato sotto il segno del valore giuridico e dei regolamenti della vita sociale. A tal proposito, la legge salica, prevedeva norme per la tutela dello ‘spazio recinto, secondo le modalità del tempo: recinzione, insegne e siepe. E proprio il termine ‘saepes’ indicava, per l’appunto le chiusure, ed è sinonimo di Curtis.
Curtis, a sua volta, è un termine che risulta avere legame con casa, “casa curte circumclusa cum dominibus edificiis”: ovvero la casa (scomparto di diritto privato) chiusa dalla corte, con case ed edifici. Cenno descrittivo tratto da un testo documentale, custodito nell’abbazia di San Gallo, specidico dell’anno 771.
Nell’Alto Medioevo, all’interno di ciascun ‘spazio cintato’, inoltre, sono confinate le cosiddette res privatae, o res familiaris. Con ciò s’intende la sequela di beni mobili, riserve di cibo, vestiario, bestiame ed anche esseri umani.
Nella chiara identificazione di uno spazio chiuso, si contempla sia la domus feudale, ma anche l’umile dimora dei poveri.
Ecco di seguito un’illustrazione degli ambienti cosiddetti domestici o della casa o domus …
Così, nel voler dare l’idea dell’arredamento di una casa feudale di poveri di Sicilia (XI – XII secolo), si riferisce che essa aveva in linea di massima standardizzate misure. Nello specifico le dimensioni erano di 4/5 mt x 8/10 mt. Inoltre, si prosegue con pillole relative alla suppellettile. Nell’affrescarla, si accenna all’uso di mobilio rudimentale, per evitare l’occupazione di spazio. In particolare, si faceva uso di “iazane” o armadietti incassati nel muro. Sotto il letto matrimoniale si nascondeva “u casciarizzu”, cassa bassa e larga senza piedi, munita di ruote, in uso per conservare la biancheria nuova ovvero il corredo della sposa. Si trovava poi “u buffittinu”, tavolo grezzo, alto e largo dove a mo’ di credenza si disponevano le stoviglie della famiglia. Per tavola da pranzo si usava la “buffetta”, tavolo più basso, che esaurita la funzione del consumi del pasto, si riponeva sotto al buffittinu; per sedie si avevano i “scannèddi” o sgabelli di legno o ferula (ferra).

Rappresentazione di un’idea d’arredamento di una casa feudale di poveri di Sicilia (XI – XII secolo)

La biancheria pulita o sporca di uso personale si conservava “nte cufini”, cioè coffe intessute di vimini. Appeso al muro ad una media altezza si trovava appeso “u còfuni ru pani”. In un angolo veniva riposto “u tri peri” ovvero un lavandino formato da una colonnina che sia dalla parte finale che iniziale della forma, presentava tre assicini curvi per accogliere la “bacila” o bacile di terracotta od ancora “u bàunu” smaltato. La bacila veniva usata per abbeverare gli animali ed era invece in ferro.
La cucina era assai primitiva, adamitica ed era situata in un angolo remoto della casa, funzionante con la legna. Qualora le dimensioni dell’ambiente domestico non lo permettevano, e non poteva aversi la cucina con il focolare, si ripiegava con l’uso del “brascère”, dove si accendeva il fuoco o “u luci” e fungeva sia da stufa che da mezzo per cuocere i cibi.
Diversa è la concezione delle residenze principesche medievali: il palatium o palazzo, dimora del signore. In essa si entra da una porta monumentale, poi segue una galleria e, alle due estremità, si possono scorgere due edifici, la basilica a nord, dove il signore fa esercizio di governo e legifera, e l’oratorio a sud, preceduto dall’atrio dove il popolo si riuniva per vedere il signore al primo piano, e per sentirlo parlare su una loggia. Poi la curtis, spazio che delimitava l’area privata del signore, ambiente dove viveva lui e la sua famiglia. L’ambiente privato per eccellenza era la “camera”, ove si trovava la cassa o arca publica, parte preziosa della res familiaris e poteva anche contenere il letto di grandi dimensioni oppure in presenza di altre stanze, si stabiliva la camera specifica per dormire, riposare e per trascorrere in intimità taluni momenti della coppia.
Secondo la biografia di Ludovico il Pio, nella camera della casa del re carolingio si ritrovano “ornamenti reali, (emblemi del potere, ora assimilati ad oggetti privati) le armi, i vasi, i libri, i paramenti sacerdotali. La camera, poi, secondo altra testimonianza offerta dal monaco di San Gallo, è un guardaroba, ove si ripongono gli abiti di ogni genere.
Un diploma di Carlo il Calvo datato 867, narra che si mescolavano tessuti di lino e lana assieme a regali offerti da ogni sovrano dell’Impero.
Altro aspetto interessante da illustrare, attinente all’età medievale, riguarda, poi, la ricostruzione dei legami di famiglia medievali, distinguendo all’origine quelli di parentela e relativi alla convivialità. Nella concettualizzazione del potere privato, sub aspecto socio-politico dell’XI e XII secolo, è importante far confluire la percezione dei legami di parentela con quelli di “lignaggio”.
In più, si rileva che si è occupato dell’argomento anche Marc Bloch, autore tra le altre cose, dell’opera: Societé féodale del 1939. Ivi, egli propone un’analisi introspettiva storiografica, nonché antropologica del tempo feudale. L’osservazione effettuata, a suo avviso, considera rilevanti i legami di sangue prima di quelli di vassallaggio e realizza, giustamente, l’importanza di questi ultimi, dimostrando che essi completano la trama tessuta dai primi, nel dare coerenza ad una società che può definirsi non solo feudale, bensì anche feudo – (o vassallo) genealogico. Gli uni e gli altri menzionati sono, in tal modo, posti sullo stesso piano dal comune sentire degli uomini innestati nella vita del mondo ascritto al Medioevo.
In particolare, secondo Bloch, la parentela genera solidarietà giuridica, dunque, conseguente appoggio in caso di mobilitazione per le guerre private; ed ancora, conservazione dei diritti patrimoniali comuni. Occorre visualizzare l’effetto della parentela e del lignaggio soprattutto nella costituzione della nuova cellula familiare, costituita a tal uopo dalla famiglia coniugale. Una nuova fondazione familiare si incastona così nelle figure di lignaggio configurate. Marc Bloch, attraverso le sue intuizioni, ha percepito l’importanza della filiazione indifferenziata: riflessione sull’equivalenza dei rami paterno e materno, ove il lignaggio è inteso come unità costitutiva o realtà sostanziale della società.
Sia nella forma latina, sia nel francese antico “lignaggio e parentela” designano relazioni piuttosto che gruppi rigidamente costituiti. Le relazioni inquadrate e contestualizzate all’interno di questi canoni si equiparano, e riferiscono in merito ad una collocazione nella gerarchia sociale.
Il gruppo cristallizza, nonché ‘particolarizza il rapporto di parentela’. Il vocabolo latino genus si applica ancora nei secoli XI e XII, per catalogare le origini “nobili”, e con la parola prosapia o stirpe si valutava, dopo, la configurazione sociale.
Il termine cognatio, poi, si applica ugualmente a individuati gruppi, soprattutto di estrazione servile piuttosto che aristocratica. A questa lista, si aggiungono come “affini” i termini collettivi “amici (carnali)”, accostati alle voci “parenti”, “cognati” e “consanguinei”, si nota che la profusione di radicali e derivati giova ad una maggiore definizione della parentela in senso lato. La parentela è riconosciuta dallo storico come relazione e funzione sociale generica. Secondo Marc Bloch, ancora, il vocabolario, seppur mutevole, non è necessariamente indizio della forza dei legami e/o in generale del “lignaggio”.
In una società che si sostiene attraverso l’immagine che vuole dare di sé, tutto acquisisce i toni del formale, così come accade per la classificazione della coppia e della famiglia connotata come “coniugale” o “nucleare”. Secondo tale definizione, si prevede, invero, l’istituzione di una coppia che si formerà, o meglio si ‘conformerà’ alla società feudale, generando una prole, ergo, dando origine ad una specifica prosapia e/o ad una nuova distinta classe di standardizzato indice genealogico.
In conclusione, se … il non detto, il non pensato e il non esplicitato sarà in grado di attrarre l’attenzione di chi intende partire alla volta di un nuovo viaggio, improntato sui canoni della ricerca … Ebbene, in quel medesimo frangente, Georges Duby[2] invita ad intraprendere lo studio della storia dei silenzi, ed esattamente di quei silenzi combacianti a realtà sottaciute, attinenti ‘in ispecie’ alla vita privata in epoca medievale … Al di qua delle parole, nonché di talune prose bisbigliate dal tempo! Il fine risiede nella voga di dialogare, ancora, intorno ad un sapere errante che, con moto oscillatorio, si muove in uno spazio e un tempo assoluti, veleggiando in una conditio di antica e futura e perpetua espansione.
[2] Georges Duby (1919-1996), uno dei più grandi storici del Medioevo.
[1] Dès que l’oiseau privé prend son essor et va dans la forêt, les autres s’assemblent d’abord pour l’admirer, et bientôt ils le maltraitent et le poursuivent, comme s’il était d’une espèce ennemie, BUFFON Ois. t. XI, p. 106, dans POUGENS. Définition dans le dictionnaire Littré (Émile Littré fu un Filosofo e filologo francese, nato il 1° febbraio 1801 a Parigi, dove morì il 2 giugno 1881. Furono decisivi per la sua formazione intellettuale gli anni intorno al 1840, in cui si educò al positivismo di Augusto Comte. Lo studio e la ricerca verso la dottrina filosofica e il lavoro scientifico furono da lui sentiti come un atto di fede e ad esse si dedicò con umiltà e con estrema schiettezza spirituale. La stessa sensibilità egli portò nelle ricerche filologiche; il suo Dictionnaire de la langue française (Parigi 1863-72, voll. 4, con supplementi nel 1878). (Consultazioni anche su: www.treccani.it/enciclopedia/emile-littre)
Luisa Trovato