Dal giardino dei semplici alla divulgazione scientifica dei principi attivi delle piante
“Si reputa esser cosa impossibile, che gli uomini abbiano per se stessi potuto investigare l’innumerabili, e tanto diverse nature, virtù e facultà, che si ritruovano nascoste nelle piante, ne gli animali, ne i metalli, nelle pietre, e in ogni altra cosa prodotta dalla terra e dal mare, se prima ciò non sia stato loro insegnato per divina inspirazione”.
Il quieto incipit introduce la figura di Pier Andrea Mattioli, medico – botanico dell’età rinascimentale (ab incanatione 1501–1577).
Egli, Pier Andrea Mattioli, riteneva l’inclinazione alla conoscenza delle proprietà terapeutiche dei beni di origine naturale, con precipua attenzione alle piante, dono divino, riconosciuto agli uomini per la preservazione e riconquista della salute.
Inizia così la storia del “giardino di carta” del botanico Mattioli, incastonata ne I Discorsi di Pier Andrea Mattioli, un’opera significativa della medicina rinascimentale che diviene proscenio per far bella mostra di piante, di vertute terapeutiche celate in esse, rivelate attraverso l’illustrazione scientifica di “figure grandi” o xilografie a cura dell’artista Giorgio Liberale (edizione 1568, Vincenzo Valgrisi).
Il medico, oriundo senese, decise di condividere i suoi apprendimenti con i medici e gli speziali (farmacisti odierni) del suo tempo, proponendo la sua mappa delle erbe ed altro, protesa all’identificazione con parola e immagine visiva di piante, minerali ed animali, traendo profitto dagli scritti remoti, con particolare riverenza e predilezione per i sei libri di Pedacio Dioscoride Anarzabeo, a sua volta medico – botanico ai tempi dell’Imperatore Nerone nel I secolo d.C.

Il “giardino di carta” assurge a versione portatile dei giardini dei semplici o delle piante medicinali che, nel XVI secolo, iniziavano a diffondersi in Europa, sempre in costante relazione con le facoltà mediche delle Università di Pisa e Padova, luoghi ove si realizzano i primi orti botanici della storia cattedratica italiana; ivi si prevede la presenza e custodia di piante endemiche ed esotiche per l’osservazione diretta “dei semplici”; “luogo pubblico, dove … si coltivano le piante native di climi differentissimi, affinché i giovini Studenti, le potessero in breve spazio di luogo, con facilità e prestezza imperare e riconoscere” luca Ghini, 1543.
I Discorsi di P. A. Mattioli insegnano poi, agli speziali e ai medici, i metodi di raccolta, l’uso dei vegetali e delle sostanze di pregio curativo, patrimonio della materia medica rinascimentale.
La materia medica a cui si allude è quella che fondava la medicina ippocratico – galenica, che basava il principio di salute sulla peculiarità di equilibrio tra individuo e ambiente e quello di malattia sul venir meno dell’equilibrio, a causa di una scorretta alimentazione, di una condotta di vita sregolata o di un clima sfavorevole alla costituzione individuale.
Il medico, alla stregua di un artista della cura, in un sodalizio fra divino e sperimentale, interveniva in ausilio, con azione risanatrice e rimedi a base di sapiente Natura, prescrivendo al paziente il regime di vita riparatore, idoneo a riconquistar l’equilibrio e dunque la Salute, principiando dalla dieta e dai medicamenti di origine vegetale, per la più parte.
I Discorsi di P. A. Mattioli iniziano ad esser stampati dall’editore e libraio veneziano Valgrisi già dal 1544 sino al 1571, con grande successo ed oltre 32.000 copie vendute, ben tredici edizioni e ristampe.
Nell’edizione del 1568, si annovera, oltre al migliaio di piante descritte, ai commenti – ove si confronta la tradizione millenaria acquisita da Dioscoride e la nuova e/o rinnovata conoscenza ed altre fonti antiche e moderne -; la parte dedicata ai veleni ed agli antidoti, nonché quella sui metodi della distillazione delle piante medicinali.
A tal uopo, si ricorda che il metodo prediletto dal Mattioli è quello cosiddetto “a bagno d’acqua calda, qual chiamano di Maria” o “Balneum Mariae”, la cui tradizione si ritrova già nel mondo egizio alessandrino con la prima alchimista donna della storia, Maria la Giudea, anche conosciuta come Maria Prophetissima, vissuta, a dir degli storici, fra il I ed il III secolo d. C.
Tale modalità permetteva l’estrazione delle sostanze utili della pianta, secondo l’usanza adoperata anche da Dioscoride, che consentiva di ottenere dei liquidi che “non solamente riportano seco le proprie qualità delle piante, ma sono così limpidi, e sinceri, che non si sente punto odore di fumo, né d’altra qual si voglia cosa, che non sia naturale di quell’erbe, dalle quali si cavano”.
Il capitolo sulle distillazioni include ancora un riferimento alla raffinazione di sostanze profumate per uso cosmetico, un accenno con il quale – diceva Mattioli – “non ho solamente voluto soddisfare, e compiacere a gl’uomini, ma ancora alle nobilissime, e gentilissime madonne, che si dilettano di vivere e politicamente, e con delicatezza”.
L’opera, compendio medico – botanico di gran pregio, è in linea con i dettami dell’umanesimo rinascimentale ed inscena l’approccio alla filosofia, per ristabilire la conoscenza elaborata dagli antichi nella sua verità originaria.
Volendo citare una pianta descritta dal Mattioli, si illustra il Salice, di cui Dioscoride aveva sottolineato “le proprietà curative per i dolori ai fianchi e alle orecchie, per alleviare la podraga (manifestazione della gotta, che si rileva con artrite acuta a livello dell’articolazione dell’alluce del piede) e curare gli impedimenti che offuscano la vista”.
Nel commento Mattioli riportò le osservazioni di Galeno e di altri autori antichi e moderni, evidenziando le proprietà “disseccative” (astringenti e cicatrizzanti) della corteccia della pianta di Salice.
Questa concezione rimase in voga sino a tutto il Settecento. Poi a seguire, nel XIX secolo, con la possibilità di studiare le proprietà e gli effetti dei farmaci in modo sistematico e sperimentale, e con l’avvicendarsi di una medicina di laboratorio in grado di sviluppare tecniche di sintesi chimica dei principi attivi – per una produzione di farmaci industriali, si profila la storia di un medicamento: l’aspirina, rimedio curativo convalidato grazie alla scoperta dell’acido salicilico, che si trova naturalmente nelle piante di Salice, le cui foglie e corteccia venivano, per l’appunto, usate come antidolorifico e antinfiammatorio sin dall’antichità.
È palese che la farmacologia di concezione moderna, per osmosi, si permea di conoscenze anteriori, che offrono insegnamenti sul passato della cura, con specifica attinenza alle proprietà curative dei semplici. In questa contestualità diviene spontaneo riconoscere “lode” all’opera di Pier Andrea Mattioli, che ha ritratto ed interpretato, sul palcoscenico della cura, un caposaldo di mezzo del mondo medico – botanico, in medio fra ciò che aveva simboleggiato nel I secolo d. C. Dioscoride con i suoi sei libri, e la più moderna medicina e relativa farmacologia dell’Ottocento.
Oggi, l’opera di studio ed approfondimento conseguita nel periodo rinascimentale si può incardinare nelle rinnovate ed odierne scienze erboristiche, che si occupano di rievocare l’arte della cura tramite l’impiego dell’uso delle piante per la cura dei disturbi e delle malattie che affliggono il corpo e lo spirito umano.
La nuova frontiera della cura si rinviene così nel concepimento di prodotti fitoterapici, ottenuti con l’ausilio delle moderne tecniche di ricerca e produzioni nel campo della botanica e biologia.
Tutto s’avvia e prende foggia dalle linee tratteggiate, tese a descrivere un “giardino di carta” o giardino delle delizie, un erbario, anzi un’opera naturalistica enciclopedica, “epitome” di un bestiario, lapidario ed anco erbario, come era in origine il De materia medica di Dioscoride, fonte di conoscenze medicinali.

È impensabile non coniugare l’attuale interpretazione dei metodi scientifici al passato, compiendo per analogia un percorso eguale a quello del Mattioli, che attingeva a sua volta al patrimonio medico del suo passato remoto, con atto di rispettosa riverenza, sollevando il velo della riscoperta e valorizzazione del sapere, rinvenuto dentro la coppa dell’archetipo tempo.

Il Salice bianco (Salix alba,Linneo, 1753), detto anche salice da pertiche , appartenente alla famiglia delle Salicaceae
Curiosità
L’arbusto di Salix Alba mostra un fusto screpolato, rami flessibili e foglie lanceolate, seghettate, lunghe e appuntite, di colore argentato nella pagina inferiore. I fiori hanno tinte giallo/verdi; definiti dioici, i fiori maschili, sono dotati solo di due stami e una ghiandola che produce nettare, mentre i fiori femminili possiedono un pistillo all’interno di una scaglia cigliata e caduca, (fioritura primaverile).
Non emana odore e il sapore è amaro.
L’età media di vita dell’albero varia da 100 a 120 anni.
Il Salice bianco germoglia e resiste agli ostacoli, dimostrandosi un albero forte e vitale.
Il salice veniva usato fin dai tempi antichi per le sue proprietà sudorifere, astringenti e sedative, per curare dolori reumatici e febbre, e dal 1827 per la sua sostanza utile: acido salicilico, viene impiegato nella produzione dell’aspirina.
L’archetipo del salice riferisce una storia sulla sua identificazione, esso veniva considerato “albero della Dea Madre”, dunque, improntato alla fertilità e femminilità, alle acque e ai cicli lunari, nonché alla medicina ed alla magia.
Per gli antichi Greci, invece, il salice era un albero collegato al mondo dei morti e all’aldilà per la capacità di rigenerarsi facilmente dai rami spezzati.
Nella tradizione celtica si celebrava il culto del salice, nel calendario delle celebrazioni era considerato il quinto albero dell’anno (periodo: 12 aprile/ 15 Maggio cioè le Calendimaggio).
I druidi, quando officiavano i riti, erano soliti riporre offerte in ceste di salice; anche gli strumenti musicali in uso venivano costruiti con la pianta di salice. Il legno flessuoso, infatti, faceva emettere suoni suadenti per incantare e riproduceva la voce del vento.
Descrizione del prodotto: Salice
Parti utilizzate: Corteccia, Foglie
Attività principali: Antireumatica, antinfiammatoria, antipiretica, analgesica, astringente.
Serve per aiutare le normali attività fisiologiche e non sono a scopo medicamentoso: Influenza, Malattie febbrili da raffreddamento, Disturbi reumatici acuti e cronici, Cefalee, Dolori di origine flogistica, Nevralgie
Luisa Trovato